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Il volontario, le pins e l’altra Olimpiade

CategoriaAgonismo27 febbraio 2010

È l’Olimpiade del sorriso. Del sorriso azzurro, ma come dirò più tardi, non di marca italiana. Sono migliaia, e li trovi in ogni posto, sempre facilmente riconoscibili. Tutti volontari hanno in dotazione un set di guardaroba dove spicca una splendida giacca azzurra e la scritta  Vancouver 2010. Sono gentili, cortesi e cordiali. Anzi perfino imbarazzanti nel loro atteggiamento di assoluto e continuo benvenuto. Fanno a gara per chi sorride di più, anche quando sei costretto a spogliarti e cederono loro le tue borse e valige per l’analisi allo scanner. In effetti potrei essere un fondamentalista islamico, e siccome non lo sono questa continua tortura è cosa fastidiosa, ma il sorriso dei volunteers te la fa sembrare una prassi dolce e sensuale. Pare che la guida distribuita ad ogni volontario abbia un capitolo dedicato al rapporto con gli ospiti, ovvero giornalisti, autorità, spettatori, atleti. Il consiglio (imperativo) è sorridere e salutare, sempre e comunque. Ma era proprio necessario scriverlo?

Succede che all’inizio non conosci ancora il posto e allora devi prendere le misure e i volontari non aspettano altro che tu chieda loro qualcosa, qualsiasi cosa, anche solo per dare un senso alla loro presenza  in quell’angolo del Canada. Sono migliaia, ovunque. Lo sport nazionale dei volontari olimpici è la caccia al pins. Se li prendono e li appendono al collarino del pass, come fossero medaglie di guerra al valor sportivo. Qui è una vera e propria mania, tanto che il CIO ha istituzionalizzato l’area dei pin strade, dello scambio dei pins. Ci sono collezionisti che ne hanno milioni! Chi invece è ormai stanco di questa continua caccia, appende cartelli fuori dal proprio ufficio con la scritta “no pins!!”.

I volontari sono così, lavorano duro per un paio di spillette (al giorno). In alcuni casi, meriterebbero veramente un commendadorato. Margareth ha più di 60 anni, viene da Seattle, mi dice che da giovane praticava l’atletica leggera al college, ma poi ha conosciuto un bel giovane californiano e si è innamorata dicendo addio alla pista da 400 metri. Dall’inizio delle Olimpiadi trascorre otto, nove ore nel sotterraneo del Main Media Centre, la sala stampa centrale. Il suo compito è gestire l’entrata e l’uscita dei giornalisti dai pullman che fanno il trasfer con i campi gara. Un lavoro pallosissimo ma che svolge con attenzione e premura, dispensando gentilezze a destra e sinistra. Stando lì sotto, praticamente non vede mai il sole durante il giorno, tanto meno una gara o una partita di hockey (di cui è tanto appassionata) ma l’aver contribuito a questi Giochi la rende orgogliosa. Di storie così ce ne sono a decine, anzi a migliaia, tanti sono i ragazzi (e nel caso di Margareth le ragazze)  vestiti di azzurro. Nessuno di loro prenderà mai una medaglia d’oro, ma è come se la somma di quei pins è come se lo fosse.

Carlo Brena / Vancouver