Gli sci stretti vanno a fondo
| Categoria | Agonismo | 23 febbraio 2010 |
Se non fosse per l’argento (vivo) di Pietro Piller Cottrer conquistato nella 15 chilometri di apertura, ora saremmo qui a dire che l’Italia dello sci di fondo va’ a fondo, e il gioco di parole è tanto banale quanto veritiero. Una dimensione di squadra che nulla ha a che vedere con quanto conquistato da Lillehammer 1994 in poi, passando per Olimpiadi e Mondiali con medaglieri scintillanti. Uno fra tutti quello di Torino 2006 dove l’Italfondo salvò la spedizione azzurra con due ori e due bronzi, che oggi sembrano un miraggio. Qui sulle nevi olimpiche di Whistler Mountain si iniziano a tracciare bilanci con responsabilità varie. Si inizia dalla neve che, ricordiamo, nei primi giorni ha fatto impazzire non poco i tecnici e ha messo in luce le qualità dei materiali delle squadre scandinave che hanno investito sulla lavorazione degli sci: per inciso Svezia e Norvegia si sono portate due macchine per le impronte, l’Italia “solamente†una.ma tant’è.
Si dirà che è colpa del meteo, che oltre a trasformare la neve in poltiglia, sfianca i nostri alfieri: Pietro Piller Cottrer soffre il caldo e Giorgio Di Centa ha avuto bisogno di tre giorni di antibiotici per agevolare la respirazione e combattere i cronici problemi alla sua asma. L’infermeria poi prosegue con lo stop di Valerio Checchi fermo per una vecchia e mai curata contrazione muscolare alla coscia, e poi…. E poi fermiamoci perché è meglio, e perché poi tocca alle donne. Nel settore femminile i problemi sono di altra natura, più psicologici che fisici. Arianna Follis scia bene, non vi è dubbio, ma in quegl’occhi blu marino non sembra esserci lo sguardo dell’assassina. Sembra vuota, immune da quello spirito agonistico e competitivo a cui ci aveva abituato. È come se le mancassero le unghie per il graffio finale. Discorso diverso invece per Marianna Longa: lei ha il corpo qui in Canada, ma la sua testa è rimasta a Livigno dove la sua situazione familiare la tiene lontano dalla concentrazione necessaria.
Con questo scenario le attese per un podio nelle staffette sono come l’elettroencefalogramma di un pesce, ovvero piatto. E non aspettiamoci molto nemmeno dalle lunghe distanze: nella 30 chilometri femminile e nella 50 maschile, entrambe in tecnica classica, sperare di entrare nei primi dieci è assai lusinghiero.
Ma ci sarà pur una nota positiva? Ce ne sono due. Si chiamano Thomas Moriggl e Silvia Rupil, il primo ha un motore eccezionale, la seconda ha classe sportiva, e perdonateci, anche stile nel dopo gara. Un filo di trucco, borsa Luis Vuitton, unghie smaltate di stelle. Non vinceremo medaglie però almeno ci diranno che le nostre fondiste sono proprio carine. Accontentiamoci di questo, che non è poco.
Carlo Brena / Vancouver














