Io e basta [intervista a Werner Heel]
| Categoria | Agonismo | 28 gennaio 2009 |

Werner Heel in Val Gardena
Qual è la prima cosa che ha pensato quando ha tagliato il traguardo in Norvegia, lo scorso anno?
«Niente, non ho pensato a niente, avevo la testa completamente vuota. Poi è partito un turbinio di emozioni inspiegabili».
L’abbiamo vista dare un buffo colpetto sul casco a Bode Miller, lui l’ha fulminata, le ha detto qualcosa, poi?
«Il mio era un modo per dirgli “non te la prendere”, ma lui ovviamente non ha gradito anche perché si era appena giocato la Coppa di discesa. Ma io di certo non potevo essere dispiaciuto per lui più di quanto non fossi contento per me».
E il giorno dopo?
«Mi sono detto “questa è un’altra gara”, ho spento la testa e sono ripartito. Anche perché volevo salire di nuovo sul podio. Non volevo che qualcuno pensasse o addirittura dicesse che avevo avuto solo “culo”».
Che cosa è cambiato nella sua testa la scorsa stagione rispetto a quelle precedenti?
«Niente di che, credo di essere semplicemente cresciuto. Abbiamo lavorato molto sulle tute da gara e in Norvegia avevamo un ottimo tessuto. Poi faceva molto freddo e i nostri sci sono molto più performanti alle basse temperature».
Kvitfjiel è stata una pista per lei fortunata, ma che rimarrà nella mente anche per un altro motivo: la tragedia dell’austriaco Lanzinger, si poteva evitare?
«Quel volo l’ho visto tutto in diretta e anche bene perché lui poteva rientrare ancora nei primi 10 e quindi volevo seguirlo. Mah, credo sia tutta una questione di destino. In questo caso di sfortuna, ma è anche stato un errore suo».
Peter Fill ha detto che a volte ci si preoccupa più della spettacolarità della gara che dell’incolumità degli atleti, è d’accordo?
«Soprattutto a Kitzbühel. A me piacerebbe mettere insieme gli atleti e parlare con Hujiara. Se tutti diciamo che un salto è troppo alto e lo diciamo a gran voce, lo abbassano».
Perché non c’è coesione?
«Ognuno guarda il proprio orticello. Se le piste diventano più facili, per alcuni potrebbe aumentare la concorrenza».
Ma qui però parliamo di vita.
«Credo che molte persone non siano educate in questo senso».
Cos’altro si potrebbe fare per migliorare lo sci e aumentare il pubblico che lo segue?
«Già posizionare meglio le telecamere a bordo pista, per seguirci nel modo giusto in televisione e rendere veramente la spettacolarità di questo sport, sarebbe qualcosa».
Reintrodurrebbe il parallelo al posto della supercombinata?
«La supercombinata la eliminerei, è una gara che non ha senso. Il parallelo non lo vorrei, per carità . Secondo me dovrebbero tenere le competizioni esistenti e fare più gare. Ci sono solo 6 giganti all’anno e 5 superG. I gigantisti rimangono fermi per troppo tempo. Blardone, Schieppati, Simoncelli, fanno la gara a Sölden e per più di un mese niente, non ha senso».
Come si sarebbe comportato lei al posto di Reichelt (che ha praticamente regalato la Coppa di superG di Cuche a Miller) a Bormio?
«Nello stesso identico modo. Ognuno fa la sua gara, colpa di Cuche che l’ha fatta male, mi dispiace per lui. È da un bel po’ in giro per sapere che è lui ad aver sbagliato. Non avrei rallentato neanche su espressa richiesta degli allenatori, non siamo mica nella Formula 1 dove si fanno queste cose».
Si ricorda la sua prima gara di sci?
«Ho iniziato a sciare a 3 anni, sotto casa, con mia mamma; ci facevamo le piste con gli amici vicini di casa. Poi con la scuola partecipavo alle gare dei “cuccioli”, avrò avuto 4 anni. È venuto tutto naturale».
Quando ha deciso di fare sul serio?
«Avevo 17 anni. Me lo ricordo bene perché avevo dei problemi, non ero andato bene e volevo mollare. Ne ho parlato con i miei, ero stufo di questa vita (svegliarsi presto, andare a letto presto mentre gli amici stavano fuori, i weekend sempre via)».
I suoi genitori cosa le hanno detto?
«Di provare ancora un anno. Avevano ragione, sono andato forte, sono entrato in squadra C e ho deciso di fare il professionista».
Una cosa che suo padre le ripete spesso?
«Adesso non ci vediamo molto. Non sono mai a casa. Una volta mi diceva sempre “vedrai che ho ragione io”».
La cosa più bella che le ha detto sua madre?
«Lo sai che ci siamo sempre».
Quanti fratelli ha?
«Siamo in 4. Due maschi e due femmine»
E cosa fanno?
«La più “vecchia”, Sandra, ha uno studio di massaggi a Bressanone. Barbara lavora in un albergo e il piccolo, Tobias, fa la scuola media e scia».
Ha un futuro?
«Non posso dirlo, in pista l’avrò visto due volte e poi sarei di parte».
Gli consiglierebbe una carriera nello sci?
«A dire il vero no. Gli consiglierei di fare il calciatore. Lo sci è complesso: devi vestirti, testare, alzarti prestissimo al mattino, uscire al freddo, prendere la funivia, muoverti sempre in macchina. È abbastanza costoso e rispetto a un calciatore si guadagna decisamente meno».
Lei ha avuto anche numerosi infortuni, come torna la voglia di continuare?
«Quando ti fai male pensi sempre ai risultati che hai fatto. È quella la spinta per andare avanti».
Lei e Christof (Innerhofer) siete molto amici, direi quasi gemelli separati alla nascita.
«No, dai, non proprio. Diciamo che io sono il suo manager e lui è il mio». (ride)
Stessi sponsor, quasi stessa altezza, stesso peso e stesso inizio del periodo di vittorie, altro?
«Abbiamo molte cose in comune, tranne i bastoncini e il casco. Siamo diversi su una cosa fondamentale: il tipo di donna che ci piace. Quelle che piacciono a me non piacciono a lui e viceversa. O meglio, a lui piacciono tutte». (ride)
Mi dicono che è stato contattato dal mondo della moda, è vero?
«È vero. Da Naomi Campbell, voleva fidanzarsi con me».
Certo, come no. La vedremo sfilare?
«Me l’hanno chiesto, ho fatto dei poster per degli autobus qui a Merano e poi un noto marchio di vestiti mi ha domandato se poteva darmi qualcosa da mettere».
Oppure, dopo You tube la vediamo al cinema?
«Adesso devo sciare. Magari più avanti».
Quale film le sarebbe piaciuto girare?
«Il Gladiatore».
Attrice preferita?
«Angelina Jolie. E anche Cameron Diaz».
Un sogno nel cassetto?
«Costruirmi una casa esattamente come piace a me».
Dove?
«Una a Merano e una in Toscana».
E nello sci?
«Non ho molti sogni, voglio stare bene, non farmi male. Quello che arriva, arriva, sono scaramantico in questo. Preferisco non parlarne».
Chi sono gli atleti a cui ispirarsi?
«Nessuno. Io e basta».
Che cosa vorrebbe avere di Hermann Maier?
«I soldi. No, dai, scherzo. Non vorrei niente».
E di Ghedina?
«La scioltezza e la tranquillità che ha lui. Poi la metà delle sue vittorie».
Chi vince tra lei e Ghedo in discesa in bici?
«Io, lui non mi vede neanche (ride). Poi adesso pesa di più!». (ride di nuovo)
Qual è la ricetta del suo ottimo carattere?
«Sono molto disponibile, sono tranquillo. Se lei adesso mi telefona per dirmi che non sa come arrivare qui da Milano, la vengo anche a prendere».
Il suo peggior difetto?
«Sono troppo disponibile. Non so mai dire “no”».
E la sua filosofia di vita?
«Vivere il presente».
Con chi le piacerebbe fare due chiacchiere dei “vecchi” dello sci?
«Franz Klammer. L’ho già incontrato, lui non sapeva chi ero, abbiamo fatto una foto insieme».
E da chi vorrebbe ricevere una telefonata?
«Michael Schümacher. Mi piace perché è un professionista. Ha vinto tutto con la Ferrari. Anche Valentino Rossi».
Con chi vorrebbe trascorrere una vacanza su un’isola sperduta?
«Con una persona anziana, così passo le giornate a farmi raccontare la sua vita».
Qual è la cosa più importante nella vita?
«La salute».
Come si vede da vecchio?
«Con i miei figli, ne vorrei 2».
Un avversario che vorrebbe battere?
«Christof in bici, ancora non ce la faccio».
E uno straniero che ammiri particolarmente?
«Benni Raich, molto simpatico, saluta sempre, si ferma a chiacchierare. È una persona carina».
Una cosa che non potrà mai dimenticare?
«Mah, gli anni con Fattori e Ghedina, sono stati bellissimi, ci siamo divertiti un sacco».
Un episodio sportivo, al di fuori dello sci, che l’ha emozionata?
«La vittoria di due anni fa dell’Italia ai Mondiali. E anche la vittoria di Raikonnen. Nel mio futuro mi piacerebbe lavorare in Formula 1».














